L'estensione del dominio dice già qualcosa di te: scegliere quella giusta

Lo stesso indirizzo ripetuto nei posti in cui la gente lo incontra

Ogni azienda oggi ha qualcosa da dire su di sé: come lavora, cosa le sta a cuore, perché dovresti sceglierla. Quasi tutte lo scrivono nella pagina «chi siamo», che è la pagina che quasi nessuno apre.

Intanto c'è una cosa che tutti vedono, ogni singola volta: l'indirizzo del sito. Sta nei risultati di ricerca, nelle firme email, sui biglietti da visita, nel campo mittente dei messaggi che mandi. È il pezzo di comunicazione con più passaggi in assoluto, e di solito è quello a cui si dedica meno tempo.

L'indirizzo compare nei risultati di ricerca, nelle firme email, sui materiali stampati e nel campo mittente: è il pezzo di comunicazione con più passaggi.

Cosa può fare un'estensione, e cosa no

Partiamo da quello che non può fare, perché è lì che si sbaglia.

Un'estensione non dimostra niente. Registrare un indirizzo che contiene la parola giusta non rende un'azienda più seria, più attenta all'ambiente o più vicina al territorio: dice solo che qualcuno ha pagato la registrazione. Chi legge lo sa, e da qualche anno lo sa molto bene.

Quello che un'estensione fa davvero è ridurre il tempo che serve per capirti. Se vendi impianti fotovoltaici e il tuo indirizzo finisce in .solar, chi lo legge sa già di cosa parli prima di aver aperto la pagina. Se sei un'azienda agricola e finisce in .farm, idem. Non è una promessa: è una didascalia.

La differenza è netta. Un'estensione che descrive il mestiere lavora per te. Un'estensione che rivendica una virtù ti espone: hai messo per iscritto una promessa che qualcuno prima o poi verrà a verificare.

Quando ha senso e quando no

Ha senso quando il mestiere è riconoscibile in una parola sola, e quella parola è nell'estensione.

.solar per chi installa fotovoltaico. .energy per chi lavora nell'efficienza energetica. .farm per un'azienda agricola, .wine o .vin per una cantina, .flowers per un vivaio. .bike e .run per chi vende o organizza nel mondo delle due ruote e della corsa. .build e .house per chi costruisce e ristruttura.

Ha senso anche quando il soggetto non è un'azienda: .foundation, .charity e .community dicono in una parola che tipo di organizzazione sei, e lo dicono a chi deve decidere se fidarsi prima ancora di leggere lo statuto.

Non ha senso in due casi. Il primo è quando l'estensione descrive un'ambizione invece di un'attività: l'indirizzo diventa uno slogan, e gli slogan invecchiano. Il secondo è quando il tuo nome funziona già: se il marchio è noto, l'estensione non deve spiegare niente, e un .it o un .com è la scelta che non ti fa perdere nessuno per strada.

Il modo pratico di usarla

La soluzione che funziona quasi sempre non è scegliere, è affiancare.

Il dominio principale resta quello che scrivi sui documenti, sulle fatture e nelle firme: di norma il .it se lavori in Italia, il .com se guardi fuori. È l'indirizzo che deve restare uguale per anni, perché cambiarlo significa rincorrere ogni link che hai lasciato in giro.

L'estensione a tema la registri e la fai puntare lì. La usi dove hai poco spazio e serve che si capisca subito: una campagna, un volantino, un cartello in fiera, il profilo di un social. Il reindirizzamento è compreso nel prezzo del dominio — non serve un secondo sito né un altro spazio web.

Così ottieni la chiarezza senza rischiare niente: se l'estensione a tema fra tre anni non ti rappresenta più, smetti di usarla e il tuo indirizzo principale non si accorge di niente.

Il dominio principale resta quello dei documenti; l'estensione a tema gli punta contro e serve dove lo spazio è poco.

Prima di registrare, tre controlli

Il nome si detta al telefono? Se devi sillabarlo, o spiegare dove va il trattino, hai già perso metà delle persone. Provalo ad alta voce prima di pagarlo.

Regge fra cinque anni? Le estensioni che descrivono il mestiere invecchiano bene, quelle che inseguono una moda no. Un dominio si rinnova ogni anno, ma la scelta si fa una volta.

Puoi sostenere quello che dice? Questa è la più importante. Se l'indirizzo dichiara un impegno, qualcuno lo verificherà: un cliente, un concorrente, un giornalista. Un'estensione che promette più di quanto puoi dimostrare fa più danni di un .com anonimo.

In conclusione

L'indirizzo del sito è la cosa più letta e meno curata della comunicazione di un'azienda. Sceglierlo bene non cambia quello che fai, ma riduce il tempo che serve agli altri per capirlo — e in un elenco di risultati di ricerca quel tempo è tutto quello che hai.

Il nostro listino ha oltre 490 estensioni, e puoi verificare disponibilità e prezzo di ognuna prima di decidere. Quello che non troverai sono consigli di registrarne trenta «per sicurezza»: costano ogni anno e non proteggono da nessuno.

Domande frequenti

Quasi sempre sì. Il dominio principale è quello che scrivi sulle fatture, sui documenti e nelle firme email: cambiarlo costa fatica e traffico. L'estensione a tema rende meglio come indirizzo affiancato, che porta al sito principale.
Di per sé no: Google tratta le estensioni generiche allo stesso modo, e da anni lo dichiara apertamente. Quello che cambia è la percentuale di persone che cliccano, perché un indirizzo che descrive il mestiere si capisce prima. È un guadagno di chiarezza, non un trucco tecnico.
Poche e scelte. Il .it e il .com se lavori in Italia, l'estensione del paese dove vendi davvero, e al massimo quella a tema che usi per comunicare. Registrarne quaranta è una spesa che si rinnova ogni anno e non protegge da nessuno che voglia davvero copiarti.
No. Un secondo dominio può puntare al sito che hai già: l'impostazione del reindirizzamento è compresa nel prezzo del dominio, non serve altro spazio web né un'altra installazione.
Sì, ma mettilo in conto: vanno aggiornati i link che hai sparso in giro, le firme email e i profili social, e per qualche mese convivono due indirizzi. Meglio scegliere una volta con calma che rimediare dopo.